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giovedì 4 agosto 2016

SAGRA DELLA LUMASSINA E LE BUGIE ALLA FEGLINESE. PERCHÉ COME LE RACCONTIAMO NOI …

O meglio come le facciamo noi.
Parlo di bugie buone.
No, non quelle che si raccontano, nemmeno se a fin di bene. Quelle piccole bugie dette per non offendere gli altri, piccole omissioni, perché a volte la verità non è necessaria.
Tipo quando un’amica chiede cosa pensi del suo nuovo fidanzato e tu fai finta di non aver ben capito la domanda pur di non dire che invece ti sta simpatico come una verruca. Tanto sai che quell’amica poi rinsavirà da sola nel giro di due o tre appuntamenti col soggetto in questione. Magari il tipo è meglio di come sembra.
Oppure quando ricevi un regalo “un po’ originale”, meglio non dire che la tazza da colazione a forma di maiale che grugnisce quando la usi non è esattamente nel tuo stile.
Ora con questo non voglio dire che bisogna mentire. Ma tra la sincerità e la brutalità gratuita a volte il passo è breve. A volte è meglio un educato e lungimirante silenzio.
Sempre che ci si riesca. Perché spesso dove non arrivano le parole ci pensano le espressioni del viso a rivelare i pensieri. Io sto ancora imparando a controllare la mia faccia.
Ma ora voglio parlare di un altro tipo di bugie, quelle che si friggono e si mangiano.



domenica 26 luglio 2015

MANDAZI: dolci kenioti per l'ABC mondiale, perché quando il caldo si fa duro …

… i duri accendono il forno. O friggono.
Ok, ce la posso fare. Non a friggere.
A tenere in piedi tutto sto “ambaradan” di blog, intendo.
Nonostante il pc che si è ammutinato decidendo di mettersi in  malattia prima e in convalescenza adesso.
Nonostante il caldo che mi fa venir voglia solo di stare in ammollo al mare o stesa sotto un albero a leggere in montagna.
Non che mi lamenti, sia chiaro. È estate e deve fare caldo. Scherziamo? Non vogliamo mica un’altra estate uggiosa (e non ho detto di m… perché sono una signora) come quella dell’anno scorso? No, no, va benissimo così.
Solo che la voglia di starmene in casa a smanettare sul pc è poca, pochissima.
Soprattutto se si deve lottare con una connessione ballerina e un pc che va a pedali.
La voglia di "spignattare" invece non manca mai. Nemmeno, e soprattutto, quella di mangiare.



giovedì 9 luglio 2015

#PRCHEF2015: RAVIOLI AL PARMIGIANO, PANE E POMODORI

Seconda proposta per il contest del Parmigiano Reggiano.
Contest che vede più di 200 food bloggers di tutta Italia sfidarsi alla corte di una delle nostre eccellenze gastronomiche senza esclusione di colpi.
Basta andare sul sito 4cookingparmigianoreggiano.com e sfogliare le centinaia di ricette che sono state raccolte. Una più golosa dell’altra.
Le regole del gioco sono poche e semplici, come semplice ed essenziale deve essere la cucina che dobbiamo rappresentare.



lunedì 1 giugno 2015

LLAPINGACHOS ECUADORIANI E L’EVOLUZIONE DI JANE.

Avete mai perso un’amica? È una delle esperienze più tristi e sconcertanti che vi possono capitare. Nessuno vi mostra comprensione, a meno che la vostra amica non sia morta. Ma questo non era il mio caso. Persi la mia migliore amica molti anni fa. Lo era stata per quasi un decennio, per più della metà della mia infanzia, e all’improvviso svanì, come se non fosse mai esistita …

“… A volte lo shopping mi sembra una metafora della vita: ci si sforza di scegliere, di selezionare, di accumulare il più possibile nel rispetto delle proprie risorse economiche, per poi scoprire che tutto ciò che abbiamo acquistato finisce nell’armadio, va fuori moda o diventa troppo stretto in vita. È allora che ricordo a me stessa che l’importante è lo shopping in se, non quello che si compra. È lo shopping zen. …

“ … Grazie al cielo la nostra è una di quelle famiglie che ha scheletri e non fantasmi. I fantasmi sono personali e invadenti, ricordi che tormentano i vivi. Nella mia famiglia non possediamo né l’immaginazione né la pazienza per avere dei fantasmi.
Gli scheletri al contrario sono reali … conservano il passato, le informazioni. … Gli scheletri non vanno e vengono come i fantasmi. Li si può studiare e misurare, vi si può leggere il passato. Sono fedeli come i cani…”
L’evoluzione di Jane – Cathleen Schine




sabato 7 febbraio 2015

PASTÉIS DA FEIRA A RITMO DI SAMBA.

O di Kizomba.
Anche se in realtà la Kizomba è africana. Dell’Angola, precisamente.
Ma anche il Samba in fondo lo è.
Non siete convinti?
L’Angola, come altri stati dell’Africa occidentale, è stata terra di dominazione portoghese e come il Brasile ne ha conservato la lingua. Da qui e da molte altre terre africane sono partiti in molti, catturati, incatenati e venduti come schiavi in quelle americhe ancora da colonizzare.
Dall’Africa, via Capo Verde, fino a Salvador de Bahia. Brasile.
Qui la cultura, la cucina, la musica e la religione dell’Africa nera si sono mischiate con quelle degli indios locali e dei cattolicissimi conquistatori europei originando quel caleidoscopio di colori, suoni e profumi che è il Brasile. E la Samba ne è la più peculiare espressione.
Pare infatti che sia nata a Salvador de Bahia dai ritmi delle varie liturgie dedicate alle numerose divinità africane. La parola Samba potrebbe proprio derivare dall’angolano “massemba” che significa “ombelico”, ma più precisamente è figlia di un antico ballo, il Semba, nato proprio in Angola nel 1500 durante il colonialismo e la tratta degli schiavi.
Dall’Angola poi è passato a Capo Verde, ai Caraibi e all’America Latina dove ha incontrato altri ritmi autoctoni e ha dato vita a balli diversi ma con un’anima tribale e sensuale in comune.
In Brasile è diventato il Samba (o la Samba), ballo dei rituali Candomblè in origine e ora ritmo sfrenato del Carnevale, che però è strettamente legato alla religione animista brasiliana.
La Kizomba è una parente più giovane, nata solo nei primi anni ’80 da un mix di Semba e altri ritmi africani con passi che sembrano rubati al tango. Partita sempre dall’Angola e presto diffusa in tutta l’Africa Occidentale e nei vari paesi di lingua portoghese, francese e creola.
Nella lingua angolana Kimbundu significa “festa”.
Ma anche Samba è, se vogliamo, sinonimo di festa. La Festa con la F maiuscola.
Il Carnevale più sfrenato che c’è. Quello di Rio de Janeiro.
Dove le scuole di Samba del paese si ritrovano per sfilare insieme. Con coreografie e costumi favolosi a cui lavorano per tutto l’anno.
Perché è anche una gara. Una sfida “all’ultima natica”.
Li in Brasile le persone sembrano avere quella parte del corpo dotata di vita propria.
Noi non possiamo nemmeno lontanamente sperare di imitarli. Non c’è storia.
Ci ho provato, ma anche se mi sforzo di pensare di compire quei movimenti il mio sedere si rifiuta di obbedire.
E non è nemmeno questione di sovrappeso, di sedere flaccido o di età. Ho visto brasiliane anziane con un fondoschiena grosso come la provincia di Cuneo (ce ne sono, poche, ma ce ne sono) muoversi come farfalle.
Per cui lascio il Samba a quelle pantere amazzoniche e mi son data alla Kizomba.
Vogliamo proprio ridere? Questo è un ballo solo apparentemente più facile.
I ritmi sono più lenti e scanditi, le movenze sono sensuali ed eleganti. Una sorta di tango, da ballare molto attaccate al proprio ballerino. Bisogna proprio lasciarsi guidare in tutto e per tutto da lui. Essere alla sua mercé. Ballare letteralmente ad occhi chiusi.
Il ballerino poi deve guidare con passo sicuro e portamento fiero, elegante e molto maschio.
Capite perché qui c’è veramente da ridere? Ma da schiantarsi.
Punto primo: sensualità ed eleganza. Qui stenderei un velo pietoso, ho già detto una volta che ho la stessa sensualità ed eleganza di un comodino dell’Ikea. Quindi passo oltre.
Punto secondo: affidarsi completamente all’uomo. Ma stiamo scherzando?
Una donna italiana che si fida ciecamente del partner è una contraddizione in termini.
Non siamo geneticamente predisposte a questo. Proprio non ci riusciamo.
Ma d’altra parte come possiamo farlo?
Gli uomini non sanno nemmeno dove sono i calzini, né in casa (perché noi donne ci divertiamo a nasconderli, si sa) ma nemmeno fuori casa.
Provate a mandare un marito qualsiasi a comprarsi i calzini da solo. Secondo me lo chiede al Tom Tom. E se maschio si perde pure lui.
Anche perché dopo due metri non si ricorda nemmeno più cosa stava andando a fare e perché. Secondo me i maschi hanno la memoria a breve termine di tre secondi, come i pesci palla. Prova pratica, poi ditemi se non ho ragione: prendete vostro marito, fidanzato, figlio o fratello e ditegli a bruciapelo di fare tre cose, una dietro l’altra. Contate fino a 5 e poi chiedetegli di ripetere. Se non rimane li a fissarvi con occhio vitreo e ipersalivazione da labrador (potete quasi sentire un lieve fischio da elettroencefalogramma piatto, TUUUUU…, ci avete mai fatto caso?) è sicuro che non riuscirà a ricordarne più di una. L’ultima ovviamente.
Non è colpa delle madri, adesso che ho un figlio maschio lo posso dire. Noi ci proviamo in realtà. Ho visto amiche con figli di entrambi i sessi chiedersi costernate dove avevano sbagliato: perché la femmina a 5 anni si arrangia a far tutto e il maschio rimane beatamente nel mondo dei Gormiti anche oltre i 20? Eppure li hanno educati allo stesso modo! Mistero.
Punto terzo: lui deve prendervi e guidarvi con eleganza, decisione e sensualità.
Ora io non voglio sminuire il maschio italiano. Lungi da me. Non è che non sia in grado di essere tutte queste cose, è il farle tutte e tre contemporaneamente che mi lascia forti dubbi.
Perché dopo un po’ non si ricorda più cosa deve fare.

Ma veniamo alla ricetta del giorno. Ancora brasiliana. Ancora un cibo da strada, uno street food. I Pastéis da feira si possono gustare in tutto il Brasile e in ogni momento dell’anno.
Ma una volta si trovavano soprattutto sulle bancarelle dei mercatini settimanali della frutta o feira livre, da cui il nome. Pare che fossero preparati e venduti da ambulanti di origine giapponese e serviti insieme al “caldo de cana ”, spremuta di canna da zucchero.
Con questa ricetta partecipo di nuovo all’ABC Culinario Europeo, supportato dalla bravissima Rosa Maria del blog Torte e dintorni.





PASTÉIS DE FEIRA – Tortelli fritti ripieni di carne.

Per l’impasto:
350g farina 00,
1 uovo,
100ml di acqua fredda circa,
1 cucchiaio di grappa,
1 cucchiaio di olio di mais (io extra vergine d’oliva),
1 pizzico di sale.

In una ciotola impastate la farina con l’uovo, l‘olio e il sale. Iniziate a formare una pastella, aggiungete la grappa e l’acqua poca alla volta continuando a incorporare farina. Lavorate l’impasto finchè diventa omogeneo e consistente ma malleabile e che non si appiccica alle mani. Avvolgetelo nella pellicola per alimenti e lasciatelo riposare circa mezz’ora.

Per il ripieno di carne:
500g carne macinata di bovino,
1 piccola cipolla,
1 spicchio d’aglio,
50g olive verdi snocciolate e tritate (io taggiasche),
1 cucchiaio di prezzemolo tritato,
sale, pepe, olio d’oliva,
formaggio a dadini o uova sode a piacere.

Tritate finemente la cipolla, fatela soffriggere dolcemente in una padella con poco olio e l’aglio. Unite la carne e fatela rosolare mescolandola bene. Salate, pepate e aggiungete il prezzemolo tritato e le olive. Fate insaporire qualche minuto e spegnete. Fate raffreddare e unite a piacere l’uovo sodo tritato grossolanamente.

Preparate i pastéis.
Stendete la sfoglia molto sottile, col mattarello o con l’apposita macchina.
Ricavate dei rettangoli di circa 7x14cm. Mettete un cucchiaio di ripieno su una metà, ripiegate la sfoglia sul ripieno e chiudete bene tutti i lati facendo uscire l’aria.
Sistemateli su dei vassoi di carta leggermente infarinati, su teli puliti o anche su delle teglie coperte di carta forno anch’essa infarinata.
Friggeteli pochi alla volta in abbondante olio caldo. Fateli sgocciolare su carta assorbente e servo teli subito.

La misura dei pastéis può variare: da molto piccoli, quasi da boccone a grandi.
Il vero pastel de feira è molto grande e poco farcito, con tanto impasto friabile e croccante.
Quello chiamato “speciale” ha, insieme al ripieno di carne, un uovo sodo intero e formaggi a dadini.
Il ripieno di carne è quello classico ma possono essere farciti anche diversamente:
formaggio, prosciutto e pomodoro (chiamati “baruru”),
gamberetti e cuore di palma,
formaggi misti locali o pomodoro, origano e formaggio
C’è anche la versione dolce con ripieno di banana, zucchero e cannella.






Siti di riferimento.
in italiano:

in portoghese:

domenica 28 dicembre 2014

BEIGNETS SENEGALESI AL COCCO PER COLAZIONE

"Yalla ma atmi nek atoum Jam ak Kheweul”

Che quest’anno sia un anno di pace e di tanta fortuna.
                                                                                             modumodu.blogspot.it

 E che lo sia veramente, per tutti quanti.

Con questo augurio di un anno felice, mentre fuori è arrivato il gelo e i cannoni “spara neve” sono a pieno regime sulle piste, io vi porto in Senegal al seguito della carovana dell’ABC culinario mondiale. A farci da guida in questa tappa è Lynne del blog Cafe Lynnylu e tra l’altro finisce proprio oggi, quindi mi devo sbrigare se non voglio che mi lascino a terra.

Siamo in Africa occidentale. In una regione di tradizioni antichissime. La popolazione senegalese risale addirittura al paleolitico. Ha subito diverse colonizzazioni, olandese, portoghese e francese. Ognuna delle quali ha lasciato qualcosa di se nella cultura del paese.
L’ultima, la Francia, ha lasciato la lingua ufficiale, anche se sono molti i gruppi etnici presenti.

La cucina senegalese  è molto ricca e varia, considerata forse come una delle migliori di tutta l’Africa, proprio per questo miscuglio di culture diverse e per una gran varietà di prodotti.
Per i senegalesi i pasti principali sono molto importanti perché sono un momento di condivisione e di incontro per la famiglia, molto allargata, che si riunisce tutta intorno allo stesso vassoio. L’ospitalità è una virtù fondamentale per il popolo senegalese che tiene gli ospiti in gran considerazione offrendo loro i cibi e le porzioni migliori.

Come dicevo la cucina è molto ricca. I piatti sono quasi sempre a base di carne, di pollo, montone o bue, il maiale è poco consumato perché proibito dalla religione islamica. La carne viene tagliata a pezzi e poi lasciata marinare (yassa) e stufata a lungo con delle verdure e spezie.
Questi piatti sono profumatissimi e molto colorati, vengono poi accompagnati da riso o couscous di grano o miglio.
Nelle regioni costiere o lungo i fiumi gli stessi piatti vengono preparati anche col pesce.
Deliziose sono le insalate di verdure miste a pesce e deliziosi frutti tropicali.

Si tratta quindi di una cucina molto ricca e saporita.
Forse un tantino pesante, nonostante la latitudine. Quindi dopo i bagordi natalizi non era il caso di imbarcarsi in una preparazione laboriosa e di difficile digestione. Soprattutto se il frigo trabocca di avanzi di ogni tipo.
Però non volevo certo perdermi questa tappa culinaria per insignificanti difficoltà digestive.

Ho fatto delle ricerche e ho notato che non sono molti i dolci tipici senegalesi, che di solito non vengono considerati come dessert da fine pasto, ma vengono serviti a colazione o merenda insieme a una tazza di tè alla menta, di Karkadè o di succo allo zenzero (Jus de gingembre).

I dolci più noti sono delle frittelle al cocco, forse di influenza francese, chiamati appunto “Beignets au coco”. Sono in realtà conosciuti un po’ in tutta l’Africa nord-occidentale.
Le ricette che ho trovato sono tantissime, simili ma diverse tra loro, come ogni ricetta popolare che si rispetti. La quantità di cocco e zucchero nell’impasto varia, come l’uso del latte di cocco al posto di quello vaccino, si possono trovare spezie diverse come noce moscata, cannella, zenzero o cardamomo, o un mix di tutte.
Io ho preso un po’ qua e un po’ la, anche a seconda dei nostri gusti personali. Eccovi quindi i miei beignets da servire sia caldi che freddi con una bella tazza di tè alla menta.

 

 

 
 
 


Beignets senegalais au coco

1 uovo grande, l’altro
250g di farina 00,
60g cocco rapè,
60g zucchero,
150ml latte (anche quello di cocco),
25g burro sciolto,
3 cucchiai di uvetta sultanina,
1 cucchiaino cannella,
1 cucchiaino di zenzero,
un pizzico di noce moscata,
½ cucchiaino di lievito per dolci,
la scorza di ½ limone biologico (io 1 lime).

 
Sciacquate l’uvetta e lasciatela in ammollo per mezz’ora circa.
In una ciotola mescolate la farina col lievito, il cocco, lo zucchero e le spezie. Unite l’uovo, il latte e il burro fuso e iniziate ad amalgamare tutto. Incorporate anche l’uvetta sgocciolata e la scorza del limone grattugiata. Io non avevo il limone così ho unito il succo di mezzo lime, perché non ero sicura che non fosse trattato.
Amalgamate bene ottenendo una pastella liscia e senza grumi, rimane molto densa e corposa. Fatela riposare circa un’ora.

Con due cucchiaini formate delle palline di pastella e tuffatele direttamente in abbondate olio di semi (io di arachide) caldo ma non bollente, altrimenti le frittelle si scuriscono subito fuori e rimangono crude all’interno. Friggete poche palline alla volta, a fuoco moderato, rigirandole spesso. Quando sono ben dorate prelevatele con la schiumarola e fatele asciugare su carta assorbente. Servitele calde spolverate di zucchero a velo o cocco.

 

 
 
 
 
 

ATAYA -Te alla menta senegalese.

Il te si beve in ogni momento della giornata ed è un’occasione di fermarsi a fare due chiacchiere. È sempre il più giovane che lo prepara secondo un rituale preciso.
Le foglie di te verde vanno sciacquate velocemente in poca acqua calda, poi messe nella teiera con menta e zucchero e acqua bollente. Si fa riposare 3 minuti e poi si versa dall’alto nei bicchierini. Questo primo tè è molto forte e amaro e viene riservato agli ospiti e agli anziani.
Nella teiera viene rimessa altra acqua e viene fatto ribollire, questo infuso è meno forte e più dolce e viene riservato ai giovani.
Il procedimento si ripete per una terza volta ottenendo un infuso molto delicato e dolce che viene servito a tutti, anche ai bambini.