O
meglio come le facciamo noi.
Parlo
di bugie buone.
No,
non quelle che si raccontano, nemmeno se a fin di bene. Quelle piccole bugie
dette per non offendere gli altri, piccole omissioni, perché a volte la verità
non è necessaria.
Tipo
quando un’amica chiede cosa pensi del suo nuovo fidanzato e tu fai finta di non
aver ben capito la domanda pur di non dire che invece ti sta simpatico come una
verruca. Tanto sai che quell’amica poi rinsavirà da sola nel giro di due o tre
appuntamenti col soggetto in questione. Magari il tipo è meglio di come sembra.
Oppure
quando ricevi un regalo “un po’ originale”, meglio non dire che la tazza da
colazione a forma di maiale che grugnisce quando la usi non è esattamente nel
tuo stile.
Ora
con questo non voglio dire che bisogna mentire. Ma tra la sincerità e la brutalità
gratuita a volte il passo è breve. A volte è meglio un educato e lungimirante
silenzio.
Sempre
che ci si riesca. Perché spesso dove non arrivano le parole ci pensano le
espressioni del viso a rivelare i pensieri. Io sto ancora imparando a
controllare la mia faccia.
Ma
ora voglio parlare di un altro tipo di bugie, quelle che si friggono e si
mangiano.