venerdì 20 marzo 2015

QUICHE AI TOPINAMBUR, RUBATÀ E CROTTIN DI CAPRA: brisée francese per un ripieno piemontese.

Sfida MTChallengen°46: la pasta brisèe.
Che è dire tutto e dire niente.
Perché si tratta di una delle basi di cucina più usata e conosciuta.
Ma la conosciamo davvero?
Innanzi tutto cos'è veramente la pasta brisèe?
Dicesi pasta brisée un impasto omogeneo e morbido fatto con farina, burro (tanto), poca acqua (o latte) e un pizzico di sale.
Si differisce dalla frolla salata perché in quest’ultima compare l’uovo, mentre nella brisèe no.

Ma  allora perché Flavia (Elisa Baker), la vincitrice della scorsa sfida, ci propone una pasta con l’uovo e la chiama brisée? Si sarà forse sbagliata?
No, non credo proprio visto che la ricetta in questione è niente po’ po’ di meno che di Michel Roux. Il famoso chef d’oltralpe non è mica l’ultimo arrivato.
Come si spiega?

Non mi si può spazzare via così una delle poche certezze che avevo.
Già ce ne sono poche nella vita, giusto due o tre: la mora e la bionda al Festival di Sanremo, la ruota del carrello del supermercato che sicuramente è bloccata e ti ritrovi a spingere una cosa maneggevole come l’Enterprise fra gli scaffali,  almeno un calzino che sparisce misteriosamente nella lavatrice a ogni bucato e il telefono che suona nell'attimo esatto in cui ti stai facendo lo shampoo. Queste son certezze.

Io avevo anche quella di saper distinguere la brisèe dalla frolla salata.
Insomma, me la tiravo anche un filino di aver padronanza di quelle quattro basi minime di cucina. Invece no.
Si e no. Perché dipende se si parla della brisée italiana o francese.
Anche su questo noi e i nostri vicini di casa la vediamo diversamente.
Per noi la brisée è senza l’uovo. Punto. Ed è quello che pensavo anche io.
Ma basta varcare il confine per sapere che per i francesi la Pâte Brisée è in realtà la nostra frolla salata, mentre quella dolce la chiamano Pâte sucrée. Ecco.
Ma non finisce qui, perché noi italiani siamo più complicati, più tignosi.
Per quanto riguarda la pasta frolla qui si entra in un ginepraio intricatissimo: perché dipende se salata o dolce, se è montata, sabbiata, comune, per fondi; a seconda del metodo di lavorazione, della quantità di burro e dell’uso che se ne deve fare.
Mica stiamo qui a far la barba alle cozze, noi.
C’è un bel post esplicativo di tutta la questione sul blog dell’MTChallenge, insieme ad altri consigli sui metodi di cottura, e sulle differenze tra quiche, torte salate, timballi e pie.
Insomma come ogni mese all’MTChallenge c’è da studiare. E da imparare qualcosa di nuovo.

Rinfrancata nelle mie convinzioni non mi restava che affrontare la vera materia della sfida: la pasta brisée di Michel Roux. Lui si che è una certezza.
Una pasta apparentemente semplice, dal gusto delicato ma tutt'altro che piatto, che si accompagna a ogni genere di accostamenti. Sembrerebbe una sfida facile.
Non lo è per niente. Perché il ripieno deve essere ben congegnato in modo da non sacrificare troppo la pasta, quest’ultima deve essere cotta alla perfezione perché non resti molliccia e nello stesso tempo deve rimanere piacevolmente friabile e leggera.

Devo dire che mi sono venute subito in mente almeno 5 possibili varianti. Non so se riuscirò a proporvele tutte. Due le ho già fatte e gustate.
Una bella cena a base di quiche, con contorno di verdure fresche.
La prima che vi propongo è con topinambur, formaggio di capra e rubatà.
I topinambur (o Carciofi di Gerusalemme) sono dei tuberi, o meglio rizomi, di una pianta simile al girasole, chiamata appunto anche Girasole del Canada. Si raccolgono in inverno, quando le piante seccano. Sono presenti un po’ in tutta l’Italia, fino agli 800 m di altezza, anche se oggi son poco conosciuti e usati in cucina. Eppure sono molto versatili, quasi come le patate.
Sono ricchi di sali minerali, hanno proprietà diuretiche e digestive, aiutano il corretto funzionamento dell’intestino e sono utili per ridurre il colesterolo e il glucosio nel sangue.
Hanno un sapore molto delicato, che ricorda il carciofo, la consistenza è invece simile appunto a quella delle patate. Si consumano in svariati modi, anche crudi. In Piemonte non possono mancare insieme alla bagna caoda.
Io li ho accostati a un crottin, un tomino di capra delle valli alpine, uno di quei formaggi morbidi e burrosi con la crosta bianca ricoperta di muffa edibile, tipo lo chèvre francese per intenderci. Il loro sapore leggermente acidulo contrasta un po’ quello delicato dei tuberi.
Infine ho pensato ai rubatà, altro prodotto piemontese. Si tratta di grissini tipici del monregalese e torinese, rigorosamente lavorati a mano.
La pasta brisèe è quella originale proposta da Flavia. Ho seguito pedissequamente le sue indicazioni. Ah, se andate da lei troverete spiegato il procedimento passo a passo con delle belle fotografie. Meglio di così.
Ok. Finita la puntata di Linea Verde ora si cucina sul serio.









 MINI QUICHE AI TOPINAMBUR, RUBATÀ E FORMAGGIO DI CAPRA

Per la brisée (ricetta di M. Roux):
250 g farina,
150 g burro leggermente morbido,
1 uovo medio,
1 cucchiaio di latte freddo,
1 cucchiaino di sale fino,
1 pizzico di sale.

Per il ripieno:
700 g topinambur,
200 ml panna fresca,
100 g formaggio di capra molle a crosta edibile (tipo il Brie ma di capra)
3 uova,
2 cucchiai di grana grattugiato,
3-4 grissini ( io ho usato i Rubatà che sono i grissini tipici cuneesi)
maggiorana possibilmente fresca,
1 foglia di alloro,
1 rametto di salvia,
burro,
sale, pepe, noce moscata.

Preparate la pasta (si può fare anche in anticipo e conservarla per qualche giorno in frigo ben  avvolta nella pellicola per alimenti o in un contenitore ermetico).
Lasciate leggermente ammorbidire il burro, non deve essere molle e cremoso, ma solo un po’ morbido in modo da poterlo lavorare meglio e velocemente, tagliatelo a dadini piccoli.
Mescolate la farina con il sale e lo zucchero, unite l’uovo e il burro e iniziate a lavorate con le dita in modo da formare delle briciole. Unite il latte e lavorate energicamente per ottenere un composto liscio e omogeneo. Avvolgete bene la pasta con la pellicola per alimenti e mettetela in frigo per almeno mezz'ora prima di usarla.





Nel frattempo lavate bene i topinambur e cercate di sbucciarli senza eliminare troppa polpa. Ve lo dico già, sono noiosissimi da pelare perché la loro superficie è bitorzoluta. Tagliateli in pezzi regolari e sbucciateli un pezzo alla volta, magari usando un pelapatate.
Oppure potete lavarli molto bene con uno spazzolino e raschiarli con un coltellino come si fa con le carote. I puristi addirittura lasciano la buccia.
Affettateli finemente e fateli rosolare in una padella con una noce di burro, la foglia di alloro e il rametto di salvia. Unite due cucchiai di acqua e fate cuocere 10-15 minuti, finché son teneri ma non sfatti. Salate e pepate.
Sbattete le uova con la panna, il parmigiano, una grattata di noce moscata e aggiustate di sale. Unite anche le foglie della maggiorana.

Stendete la pasta a uno spessore di 2-3 cm, rivestite una tortiera da circa 2 cm di diametro o 6 stampini da tartelletta da 10-12 cm. Se usate stampi antiaderenti non occorre ungerli perché la pasta contiene già molto burro. Se invece sono di ceramica è meglio farlo, oppure foderarli con carta forno.
Premete bene la pasta in modo che aderisca bene anche sui bordi, premendola risalirà oltre i bordi, non rifilatela, lasciate che spunti anche di un centimetro, perché cuocendosi tende a ritirarsi. Per evitare che cuocendo si deformi troppo, mettete la tortiera nel frigo per almeno mezz'ora.





A questo punto conviene fare una precottura in bianco, ossia da vuota. Non la cuoceremo del tutto, ma faremo solo asciugare un po’ perché il ripieno che andremo a mettere dentro è molto umido. Innanzi tutto bucherellate il fondo con una forchetta, poi foderate la pasta con la carta forno e riempitela di legumi secchi. Nei negozi di casalinghi si trovano delle piccole palline di ceramica che servono proprio a questo scopo, ma i fagioli vanno benissimo.
Infornate a 180°, forno già caldo e statico, per 10 minuti per le tortine piccole, 15 per la torta grande. Eliminate carta e fagioli e infornate ancora 5 minuti per far asciugare il fondo.
Fate intiepidire.

Sul fondo della torta distribuite i grissini sbriciolati grossolanamente, poi i topinambur e infine il formaggio a fettine. Versate il composto di panna e uova e infornate nuovamente sempre a 180° per 15-20 minuti. Finché il ripieno è sodo e ben dorato in superficie.








Se volete potete cospargere anche la superficie con i grissini sbriciolati. Io non l’ho fatto perché se devo essere sincera mi è venuto in mente dopo, ma trovo che forse ci sarebbero stati bene: messi sopra al ripieno non si ammorbidiscono e danno una nota di croccantezza in più. La prossima volta. Perché visto come sono state gradite queste quiche ci sarà di sicura una prossima volta.







                                          

mercoledì 11 marzo 2015

SOLO PANE? Anche focaccine ai mirtilli e noci pecan: american scones

“… non sei tu che dici al pane cosa fare. Lui lo dice a te. Lo capisci dall'aspetto, dal tatto, dall'odore, dal gusto. Da quanto è caldo o quanto è freddo. Umido o secco.”
Solo Pane.  Judi Hendricks.

Ciao a tutti. Son tornata.
Mi sono presa una piccola pausa. Ma ho continuato a cucinare, sperimentare, pasticciare in cucina. E leggere.
Anzi in questi giorni ho rimesso un po’ d’ordine alla mia libreria che chiedeva pietà.
Prima o poi mi convertirò all’ e-book.
La mia libreria me lo chiede, sta quasi cedendo sotto il peso dei vari volumi.
La mia casa tutta me lo chiede, perché i libri stanno invadendo ogni spazio disponibile. Anche non propriamente a loro destinato.
Inoltre si stanno accumulando anche i libri di mio figlio, che fortunatamente ha ereditato da me la passione per la lettura.

Si, devo proprio decidermi a comprare un e-book.
Me lo hanno consigliato in tanti. Amici appassionati di libri come me che non sapevano più dove metterli. Mi hanno detto tutti che è pratico, non stanca la vista come gli altri schermi, ci stanno un sacco di volumi dentro e quindi è senz'altro più comodo portarseli dietro.
Soprattutto per me che non leggo mai un libro alla volta, quindi viaggio con tre o quattro infilati in borsa. Non è per niente comodo. Mettiamoci anche che i libri in e-book sono più economici, e di parecchio. Ma fin’ora non mi sono ancora decisa.

Perché il mio rapporto coi libri è anche fisico. Con la carta, l’inchiostro. 
L’odore che emana un libro nuovo. Il contatto con le pagine mentre leggo. 
A volte mi scopro a scorrere le righe col dito come i bambini piccoli, solo per il gusto di accompagnare fisicamente la lettura.
Così ho la libreria stracolma. Qualcuno è ancora nuovo e aspetta il suo momento, altri li ho letti e riletti più volte.

Qualche giorno fa mi è ricapitato in mano un piccolo romanzo dalla copertina carina.
Su uno sfondo verde pastello ci sono dei piccoli panini a forma di maialino, con tanto di orecchie e musetto buffo. In bocca tengono una monetina da un centesimo di dollaro.
Il libro è di un po’ di anni fa, del 2001 per la precisione. Edito in Italia da SALANI nel 2002.

Si intitola “ SOLO PANE  ”. L’autrice è Judi Hendricks.

Contrariamente a quello che potrebbero far pensare il titolo e la copertina, non si tratta di un libro di cucina, magari sulla panificazione, ma di un romanzo.
Però il pane è anche un po’ protagonista di questa storia, insieme a biscotti, muffins e dolci.
Perché è grazie al ritrovato amore per l’impasto, il lievito, la farina, lo zucchero eccetera che la protagonista ritrova anche se stessa e la voglia di ricominciare a vivere.

Wyn è una giovane donna “felicemente” sposata con un marito in carriera, una bella macchina e una bella villa sulle colline di Los Angeles. Tutto perfetto.
Solo che all'improvviso tutto cambia, quando il marito un bel giorno, così di punto in bianco, decide che lei deve andare via di casa perché sente che “loro due” hanno bisogno di una pausa di riflessione. Perché lui, poverino, è in una fase delicata sul lavoro, è stressato e sente che non riesce a renderla felice.
Già mi verrebbe da sputargli in un occhio, come minimo.
Ma come? Tu sei in crisi e mandi via lei? Che signore.
Infatti si scopre che, come sempre, la pausa di riflessione ha un nome e un cognome, che la fase delicata al lavoro ha due gambe e due tette e che lo stress non è poi così stressante.

Ovviamente Wyn cade in uno stato di depressione, ira, disgusto. Mettiamoci pure una mamma un tantino ingombrante. Il fatto che quel gran figlio … ehm principe consorte ha pensato bene di sbatterla letteralmente fuori di casa, facendole trovare tutte le sue cose sul portico della villa con la serratura cambiata. Mettiamoci infine che lei si ritrova senza lavoro, perché fin’ora aveva dovuto fare la bella moglie di rappresentanza e basta, non senza benefits per carità, ma anche parecchie rinunce. Insomma ce n’è di che disperarsi.
Per un po’ si dispera infatti.

Poi però succede qualcosa. Ricomincia a impastare. Riscopre l’amore per il pane. Si ricorda di quello che aveva imparato da ragazzina, quando lavorava alla pari in una panetteria in un piccolo paesino in Francia. E le cose prendono una piega inaspettata.
Si trasferisce a Seattle da una sua vecchia amica e lì ricomincia a vivere, a riscoprire se stessa, quello che vuole veramente dalla vita. Trova lavoro, casa, amici. Anche un rapporto nuovo con la madre. Capisce tante cose del suo passato che forse non aveva voluto vedere. Perdona e si perdona.

Il racconto vola via veloce. Ci si ritrova subito coinvolti dalla storia, arrabbiati, indignati ma anche divertiti. Perché la vena ironica non viene mai meno. Fortunatamente.
Tutto questo è accompagnato costantemente dal profumo del pane appena sfornato, dei dolci, dei biscotti. Quasi in ogni capitolo infatti c’è una ricetta.
Quindi per me abbinare una ricetta al libro è stato un compito fin troppo facile. Non potevo esimermi dal farlo.

Quello che è stato difficile è il mettere in pratica queste ricette. Perché son tutte con le dosi in “cups” e “spoons”, le tazze e i cucchiai americani, che sono quanto di più impreciso ci possa essere, soprattutto se si tratta di dolci. La pasticceria si sa è una scienza esatta.
Sulla prima pagina del libro c’è indicato che una tazza equivale a 230ml o 20 cucchiai da minestra. Peccato che noi di solito misuriamo tutto in grammi e che il peso dei vari ingredienti sia molto variabile rispetto al volume.

Quindi mi sono attivata per trovare una tabella di conversione. 
Una. Si fa presto a dire una.
Ne ho trovate almeno 5. Tutte diverse. 
Se per alcuni ingredienti, tipo lo zucchero, erano concordi, su altri non c’era la minima uniformità. Uno per tutti la farina. Inoltre si deve considerare anche il tipo di farina: 0, 00, semola, integrale, ecc.
Per non parlare dei liquidi o di alimenti tipo la frutta secca: bisogna vedere se si intende intera, a lamelle, in granella o macinata fine. C’è differenza.
Insomma mi sono cacciata in un bel  ginepraio.
Avevo pensato di usare una semplice tazza da cappuccino, una Mug per intenderci, e usarla semplicemente come unità di misura. Lasciando perdere la bilancia. Ma mi sembrava un metodo un po’ troppo empirico.
Alla fine mi sono affidata alla  tabella di Laurel Evans, che ho trovato nel suo blog (www.unamericanaincucina.com). Lei è americana e vive in Italia, quindi conosce entrambi i metodi. Per alcune cose che non erano menzionate ho usato le tabelle di Stefania (www.arabafeliceincucina.blogspot.it) e Jasmine (www.labna.it).
E mi sono lanciata.

Ho preparato le Focaccine ai mirtilli e noci pecan o Cranberry and pecan scones, che Wyn mangia sempre a Seattle a colazione e che impara a preparare. Sono molto simili agli scones scozzesi, credo che derivino da questi.
Sono grossi biscotti croccanti all'esterno ma soffici all'interno, non molto dolci. Pare che a Seattle si trovino in tutti le panetterie e pasticcerie, anche con uvetta, ribes, arance.





Un morso alla focaccina mi fa sorridere: colore dorato, croccante fuori e tenera dentro, non troppo dolce e con la giusta quantità di ribes. È buffo come una piccola cosa perfetta ti possa far pensare che, tutto sommato, non va così male.”
Solo pane.   Judi Hendricks.








FOCACCINE AI MIRTILLI (Cranberry and pecan scones)
Ricetta da “Solo Pane” di J.Hendricks.

(N.B.: Ho riportato esattamente la ricetta com'è scritta sul libro. Fra parentesi e in corsivo ci sono le mie conversioni in grammi, le mie modifiche e le mie annotazioni in corso d’opera.)

3 tazze di farina 00 (350g + un po’ per la lavorazione)
½ tazza di zucchero (100g),
5 cucchiaini di lievito in polvere ( 25g, io una bustina di lievito per dolci + ½ cucchiaino di bicarbonato),
1 cucchiaino di sale (io ½ scarso, preferisco non esagerare col sale dove posso)
1 tazza di burro freddo a pezzi (230g),
½ tazza di mirtilli secchi fatti rinvenire nel succo d’arancia per 10 minuti (70g circa),
½ tazza di noci pecan tostate e tritate (50g circa)*,
½ tazza di latte (120ml circa)**
1 uovo medio,
la buccia di un’arancia.

*se non le trovate mischiate metà noci e metà nocciole, come dice di fare Laurel Evans.
**in qualche ricetta che ho trovato sul web si usa latticello o succo d’arancia al posto del latte.

Mescolate la farina, zucchero, lievito e sale in una scodella larga. Unite il burro a pezzetti e amalgamate fino ad ottenere un composto a grossi grumi.
Strizzate i mirtilli e aggiungeteli all'impasto insieme alle noci pecan. Battete l’uovo con il latte e la buccia d’arancia grattata in una scodellina. Aggiungete agli altri ingredienti e lavorate velocemente finché l’impasto diventa una palla omogenea.

L’impasto deve avere una consistenza piuttosto morbida, tipo quella per gli gnocchi o per la pizza.  Non deve essere sodo e compatto come quello per i normali biscotti, ma si deve poter lavorare bene. Con queste dosi però l’impasto era decisamente molle e appiccicoso.
Credo che ci siano troppi liquidi, per poterlo lavorare bene ho dovuto aggiungere un paio di cucchiai di farina in più. Non so se sia dovuto alla ricetta non precisa, alla conversione tra Cups e grammi, alla farina, al burro troppo molle o alla cuoca.

Infarinatela e stendetela fino a uno spessore di circa 1cm e mezzo. Tagliate nella forma desiderata e cuocete a 160° per 25 minuti circa finché si dorano.
Si possono anche congelare e cuocere direttamente in forno finché sono ben dorate. Ci vorrà più tempo.





Io ho curiosato qua e la per il web e ho notato che la forma tipica è a triangolo. Si ottiene semplicemente stendendo l’impasto a rettangoli o cerchi di circa 20cm di diametro, poi si tagliano a spicchi. Oppure si formano dei cerchi con un taglia biscotti tondo di circa 6cm di diametro. O altre forme a piacere. È inutile ritagliarli con forme complicate perché in cottura gonfiano molto e la perderebbero.

Li ho adagiati sulla placca coperta di carta forno un po’ distanti fra loro e li ho infornati finché sono dorati in superficie. Non importa se sembrano ancora molli e crudi, in realtà poi si compattano un po’ raffreddandosi. Non lasciateli cuocere troppo perché altrimenti si seccano. All'interno devono comunque rimanere soffici.
Si possono glassare prima della cottura spennellandoli con latte e ricoprendoli con zucchero bianco o di canna. Oppure si possono glassare anche da cotti con semplice glassa bianca di zucchero a velo, acqua e limone (o arancia).









Durano per qualche giorno chiusi in una scatola a chiusura ermetica. Sono buoni nel cappuccino a colazione, col caffè, col tè. Spalmati con un velo di marmellata o crema alla nocciola e cioccolato. Sono perfetti per la merenda a scuola dei bambini, perché non si sbriciolano troppo.




domenica 1 marzo 2015

BURRITOS DI POLLO e FRIJOLES CHARROS per l’ABC Culinario Mondiale.

Eccoci con il consueto appuntamento con l’ABCCulinario Mondiale che ogni tre settimane ci porta in un posto diverso in giro per il mondo.
Questa volta siamo in Messico e la nostra guida è Lucia del blog Torta di Rose.
Ma ancora per poco. Domani infatti ripartiremo alla volta del Vietnam.
Come al solito arrivo sempre per ultima, quando tutti hanno già rifatto le valige e son pronti a ripartire. Ma che volete farci. Io devo chiudere la carovana.
E pensare che questa volta mi sembrava una tappa facile. La cucina messicana non mi è nuova, anzi la amo molto.
Come quasi tutti, ho avuto modo di conoscere le tortillas con tutti i suoi ripieni di carne e verdura, di formaggio. I piatti di carne in umido. I fagioli. Il riso.
Le salse più o meno piccanti. Dove il più o meno piccante sta per rovente o infernale.
Conosco molto meno la cucina della costa, dove il pesce e la frutta tropicale fanno da padrone.
Cercando qua e la mi si è aperto un mondo.
Non pensavo nemmeno di trovare così tante ricette dolci. Io conoscevo solo i Churros, che sono dolcini fritti molto buoni.
Alla fine non sapevo che fare. Stavo rischiando di saltare questa tappa.
Proprio il Messico no!
A togliermi dall’impasse è arrivato mio marito che è tornato dal supermercato con un bottino incredibile di peperoncini di vari tipi.
Il richiamo è stato irresistibile.
Non potevo proprio rinunciare a preparare un piatto che è diventato l’emblema della cucina messicana nel mondo. I burritos con una vagonata di salsa enchilada e con contorno di fagioli neri.
I burritos sono fatti con le tortillas di mais, sorta di piadine tanto per dirla in modi spicci, ripieni di ogni ben di Dio: carne di pollo, manzo, cipolle, peperoni, funghi, formaggio, mais. Arrotolati e conditi con una salsa piccante. Serviti ben caldi con contorno di fagioli neri e riso.
Si differenziano sostanzialmente dai tacos texani perché in questi ultimi le tortillas cotte sulla piastra vengono ancora fritte in olio bollente prima di essere farcite.
La salsa enchilada messicana è una sorta di salsa di pomodoro e cipolle con tanto (credetemi quando dico tanto) peperoncino, mentre quella texana è più un sugo di arrosto molto saporito e piccante (anche loro non ci vanno leggeri).
La ricetta delle tortillas che vi do è un po’ imbastardita, nel senso che ci vorrebbe la tipica farina di mais messicana, che qui non si trova, così io ho mischiato farina 0 con farina di mais precotta (quella per polenta istantanea per intenderci).








BURRITOS DI POLLO E PEPERONI CON SALSA ENCHILADA MESSICANA

Per le tortillas:
200g farina 0,
100g farina di mais precotta o fioretto,
2 cucchiai di olio d’oliva e.v.o,
un pizzico di sale,
acqua tiepida quanto basta.

Impastare le due farine con il sale, l’olio e acqua tiepida quanto basta per ottenere un impasto morbido ed omogeneo.
Dividete l’impasto in 8-10 palline uguali. Stendetele una alla volta col mattarello formando dei dischi sottili di circa 20cm di diametro. Mentre ne fate uno tenete il resto delle palline coperte con un telo umido.
Cuocete i dischi di pasta uno alla volta su una padella antiaderente piatta dal fondo molto spesso oppure su una piastra. Non occorre ungere la padella, è sufficiente che sia ben calda.
Man mano che le tortillas sono pronte mettetele impilate su un piatto e copritele con un telo pulito e tenetele al caldo.



Farcitura di pollo, cipolle e peperoni.
600g petto di pollo a fettine,
1 lattina di birra chiara,
1 lime,
1 cucchiaino di cumino,
1 cucchiaino di peperoncino in polvere oppure 1 peperoncino fresco tritato,
2 cucchiaini di zucchero di canna integrale,
1 cucchiaino di origano secco,
2 spicchi d’aglio spellati e affettati,
2 cucchiaini di salsa Worcestershire,
2 cipolle bionde,
1 grosso peperone rosso,
olio e.v.o,
sale, pepe.

In un contenitore di vetro col coperchio mescolare la birra con il succo del lime, la salsa Worcestershire, lo zucchero, l’aglio, il peperoncino, l’origano e il cumino.
In questo composto mettere a marinare il pollo per almeno 2 ore.
Affettare le cipolle e i peperoni a julienne. Scaldare 3 cucchiai di olio in una padella antiaderente, far rosolare le cipolle per un paio di minuti poi unite anche i peperoni.
Fate rosolare 2 minuti a fuoco vivo mescolando spesso. Unite uno o due cucchiai di acqua e fate cuocere a fuoco moderato per 10 minuti. La verdura deve essere cotta ma ancora consistente. Aggiustate di sale.
Togliete le verdure dalla padella e tenetele da parte.
Sgocciolate il pollo e tagliatelo a il pollo cubetti piuttosto piccoli. Scaldate nuovamente la padella aggiungendo un cucchiaio d’olio. Fate rosolare il pollo a fuoco vivo aggiungendo due o tre cucchiai della marinata e mescolandolo spesso. Aggiustate di sale e pepe. Se volete potete aggiungere ancora del peperoncino piccante in polvere.
Infine unite le cipolle e i peperoni e mescolate bene, fate insaporire per un paio di minuti.
Tenete al caldo.











Salsa enchilada messicana
1 cipolla dorata,
1 spicchio d’aglio,
1 foglia di alloro,
2 peperoncini Jalapeno freschi ( se siete temerari unite anche un piccolo Habanero, ma non voglio responsabilità poi …)
peperoncino in polvere a piacere,
1 cucchiaino di origano secco,
1 cucchiaino di zucchero di canna,
1 cucchiaino di aceto bianco,
250g polpa di pomodoro a pezzetti,
sale, pepe,
un pizzico di cumino.

Tritate finemente le cipolle, l’aglio e i peperoncini Jalapeno. Fateli rosolare dolcemente in padella con un cucchiaio di olio, unite lo zucchero e l’aceto e fate cuocere due minuti mescolando.
Aggiungete la polpa di pomodoro, l’alloro, l’origano, il cumino un mestolino di acqua tiepida e fate cuocere per almeno 20 minuti, finchè la salsa non si è ben asciugata e  risulta omogenea. Aggiustate di sale e pepe ed eventualmente di peperoncino.





Preparate i burritos:
Farcite le tortillas con il pollo e la salsa ben caldi, unite del provolone piccante a scaglie e arrotolate.
Se volete aggiungete dei peperoncini Jalapeno freschi tritati, quasi dolci. O i Rawit rossi di media piccantezza. O gli Habanero … che arrivano credo dall’inferno.
Spolverate di provolone e passate qualche secondo sotto il grill del forno.









Servite con pomodori, insalata, mais e accompagnate con i classici fagioli neri messicani, frijoles refritos. Io invece li ho accompagnati con i:

 FRIJOLES CHARROS – FAGIOLI DEI COW BOYS VERSIONE TEX-MEX.
Quelli dei film di Bud Spencer, per intenderci. Anche se quelli sono i fagioli borlotti, o rossi. Invece io ho usato i fagioli neri messicani. Anche perché pare che questo piatto sia originario del Messico ma pian piano si è esteso anche in Texas.





200g fagioli neri secchi,
1 scalogno,
80g pancetta affumicata,
2 cucchiai di concentrato di pomodoro,
3 cucchiai di passata di pomodoro,
peperoncino in polvere,
sale, pepe,
olio d’oliva.

Mettete in ammollo i fagioli in acqua fredda per almeno 3 ore, scolateli e metteteli in una pentola ben coperti di acqua fredda. L’acqua deve superare i fagioli di almeno 10 cm.
Fateli bollire per un ‘ora circa e salateli solo all’ultimo. Scolateli tenendo qualche mestolo della loro acqua.
Tritate finemente lo scalogno e rosolatelo in una padella con due cucchiai di olio e la pancetta a dadini. Unite i fagioli, il concentrato di pomodoro, la passata e un mestolo di acqua di cottura dei fagioli.
Fate cuocere a fuoco moderato per almeno 10-15 minuti. I fagioli devono essere ben cotti e cremosi ma non completamente sfatti. Eventualmente unite altra acqua di cottura dei fagioli.

Aggiustate di sale, pepe e peperoncino. Serviteli ben caldi.

venerdì 27 febbraio 2015

BUDINI DI ZUCCA E ROBIOLA CON FONDUTA AL PARMIGIANO E LA TESTA VUOTA.

Stasera ho la testa vuota.
In tv c’è Crozza che sta imitando Briatore. Un sciogno!!!
In un’altro canale c’è Will Smith che fa casino tentando di rimorchiare Carmen Elettra.
Probabilmente tra poco inizierà un’altra replica di Greys Anatomy.
La mia cagnolina dorme beata sul divano vicino a me. E russa pure.
Mio marito, con la scusa di andare a vedere se il bambino è andato sul serio a dormire, sta giocando con lui a qualche giochino sul tablet.
Io invece son qui che fisso lo schermo del PC.
Vorrei scrivere un post divertente e spiritoso.
Invece niente. Vuoto totale.
I pensieri mi sfuggono.
Scrivo una riga e poi la cancello.
La pagina Word mi fissa bianca e beffarda.
Blocco dello scrittore?
Blocco della blogger.
Allora mi concentrerò sulla ricetta. Che è quello che so fare meglio.
Su una ricetta che è nata così per caso. Qualche settimana fa.
Poi è rimasta li in archivio ad aspettare il momento buono.
Ed è arrivato.
E se sto ancora un po’ qui a cazzeggiare me lo perdo.
Perché oggi è il Gluten Free (Fry) Day. Ancora per poco.
E questa è una ricetta senza glutine.












BUDINETTI DI ZUCCA E ROBIOLA CON SEMI MISTI E FONDUTA DI PARMIGIANO.

Ingredienti per 12 budinetti:
600g polpa di zucca,
150g robiola di capra fresca,
1 uovo grande,
1 cucchiaio raso di amido di mais, riso o tapioca.
3 cucchiai di parmigiano grattugiato,
2 cucchiai di semi misti (zucca, papavero, girasole, lino),
noce moscata, sale affumicato,
olio e.v.o per ungere gli stampini.

Per la fonduta:
100ml panna,
70g parmigiano grattugiato.

Tagliate la zucca a dadini e cuocetela a vapore o in forno avvolta nell’alluminio, finchè è bella tenera. Schiacciatela con una forchetta e mettetela in una ciotola.
Unite l’uovo, l’amido, il parmigiano e la robiola e lavorate per amalgamare. Aggiustate di sale e insaporite con la noce moscata. Unite anche i semi.
Ungete leggermente con l’olio 12 stampini da muffins e riempiteli fino all’orlo con il composto.
Infornate a 180°, forno statico e già caldo, per circa 20 minuti, devono essere belli dorati in superficie. Lasciateli ancora 5 minuti nel forno spento nella parte più bassa in modo che si cuociano bene anche sul fondo, poi toglieteli dal forno e fateli intiepidire leggermente per poterli sformare facilmente.
Nel frattempo stemperate il parmigiano (o grana) grattugiato con la panna e portate a bollore mescolando. Cuocete a fuoco dolce per circa 2 minuti mescolando in modo che la crema si addensi un po’.
Servite i budini tiepidi con la crema ben calda e spolverateli di semini.
Potete servirli anche decorati con una acciuga sott’olio.
















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